news

«Potrebbe il Bitcoin rappresentare una valida alternativa alle monete tradizionali?»

12 febbraio, 2018

Pochi giorni fa, allo scopo di accrescere il livello di educazione finanziaria delle nuove generazione in Europa, la Banca centrale europea ha posto – nell’ambito dell’iniziativa #AskDraghi –  una “question time”, che per l’appunto poneva la domanda «Potrebbe il Bitcoin rappresentare una valida alternativa alle monete tradizionali?» e che permette qualche spunto di riflessione.  La domanda è stata formulata dalla Bce e lanciata su Twitter, come sondaggio, dall’account della Banca centrale.

Anzitutto, diamo una definizione di Bitcoin: una “criptovaluta”, ovvero una moneta digitale e decentralizzata la cui implementazione si basa sulla crittografia, sia per convalidarne le transazioni che per la sua generazione.

Al di là della definizione, tuttavia, una domanda, sovente, accompagna le peculiarità del Bitcoin: si tratta realmente di una moneta? La risposta non è semplice. Un metodo per tentare di risolvere il “dubbio” può essere il seguente: prima di tutto si guardano le caratteristiche che storicamente, e in linea di massima, sono state attribuite a ciò che è comunemente considerata moneta; secondariamente si analizza se tali caratteristiche sono riscontrabili anche nel Bitcoin. Infine si traggono le conclusioni.

Le caratteristiche attribuite alla “classica” moneta sono:

  • Unità di conto: l’oggetto-moneta è un metro comune per misurare il valore, ad esempio, delle transazioni commerciali. Si tratta della funzione che gli storici considerano più antica. La rendicontazione finanziaria, come ricorda William N. Goetzman, è una tra le prime funzioni economiche sviluppate nell’antichità. Intorno al 3.100 a.C. gli abitanti di Uruk, in Mesopotamia, hanno iniziato ad utilizzare tavolette di argilla pittografiche per registrare e contabilizzare le transazioni commerciali.
  • Mezzo di scambio: «Consiste nella possibilità – spiega Luca Fantacci, docente di Storia economica all’Università Bocconi – di accettare un oggetto in cambio di un altro, con l’aspettativa/fiducia di poter utilizzare l’oggetto stesso in altri scambi». L’aspettativa/fiducia è ovviamente una condizione essenziale affinché la moneta possa utilizzarsi quale mezzo di scambio. Questa condizione a sua volta su cosa si fonda? «Può basarsi su diversi elementi – risponde Fantaccicome per esempio le caratteristiche intrinseche dell’oggetto stesso».
    In tal senso può ricordarsi che, nel momento in cui una moneta nel passato era “accettata” in funzione del metallo prezioso in essa incorporata, gli storici parlano di “moneta-merce”.
    Ma quale la base dell’aspettativa/fiducia se, come nel caso della valuta cartacea, non ci sono caratteristiche intrinseche su cui basarsi? In questi casi risulta rilevante l’attività di un’autorità pubblica che consente all’oggetto di mantenere (più o meno) inalterato il potere di scambio. Quando l’autorità viene meno a questo compito, l’aspettativa/fiducia si riduce o scompare. È il caso, per intenderci, di una banca centrale che sbaglia la politica monetaria e induce una fortissima svalutazione della moneta. L’aspettativa/fiducia sulla moneta, in un simile scenario, può calare.
  • Riserva di valore: ovvero la capacità dell’oggetto (la valuta) da una parte di conservare il suo valore nel tempo, dall’altra, proprio in forza di questo motivo, di essere tenuta per un uso futuro senza il pericolo di “deteriorarsi”. Ma per comprendere meglio il concetto di “Riserva di valore” è necessario sottolineare un’altra caratteristica: la moneta come mezzo di pagamento.
  • Mezzo di pagamento: quest’ultima funzione si sovrappone a quella di mezzo di scambio. Sono due caratteristiche diverse: il mezzo di scambio, infatti, non ha una dimensione temporale. È l’utilizzo della valuta in uno scambio che si conclude al momento. È uno strumento che rende interscambiabili gli oggetti. Al contrario, la funzione di mezzo di pagamento consente alla moneta di estinguere il debito che è stato contratto: è il potere del mezzo di pagamento che permette al debitore di sgravarsi dell’onere che pesa su di lui. Si tratta, a ben vedere, di una funzione che da una parte introduce la dimensione temporale, dall’altra richiede la presenza di una struttura socio-economico-giuridica la quale riconosca il potere alla moneta stessa. Non è necessaria l’esistenza di una sanzione, bensì della struttura che riconosca alla valuta il suo potere “liberatorio”.

I risultati ottenuti dal sondaggio posto dalla Bce – al quale hanno partecipato all’incirca 30 mila utenti – hanno prodotto il seguente esito: il 75% di costoro ha votato «Sì», il 13% di utenti è contrario ed il restante 12% riguarda gli indecisi.

I favorevoli – la proporzione è di 3 su 4 – ha spiazzato l’Istituto di Francoforte, il quale già da tempo sta prendendo le distanze rispetto al fenomeno Bitcoin.

In settembre Draghi aveva posto la domanda: «Dobbiamo chiederci quali effetti abbiano sull’economia le criptovalute», aggiungendo però che la Bce «non ha il potere di proibirle o regolamentarle».
Nello stesso mese, Draghi ha negato la possibilità all’Estonia di creare una propria valuta virtuale, asserendo che nessun Paese membro dell’Unione monetaria europea può istituire una propria valuta.

Ad ogni modo, restando in attesa di conoscere le risposte della Bce previste per metà febbraio e un’eventuale apertura o chiusura rispetto alla posizione attuale, va detto che il Bitcoin, quantomeno nella sua filosofia di base, rappresenta tecnicamente un nemico delle banche centrali poiché punta alla decentralizzazione della politica monetaria trasferendo il potere di battere moneta ad un algoritmo di “estrazione”. Potere peraltro limitato per definizione in quanto i Bitcoin sono finiti e tendono ad avvicinarsi sempre più (senza mai raggiungerla) verso quota 21 milioni, pertanto dato che ne sono in circolazione quasi 17 milioni, ne verranno estratti nei prossimi decenni altri 4 milioni: la percentuale dei Bitcoiners è statisticamente più elevata che nella vita reale, per cui il sondaggio posto dalla Bce può suonare come una sorta di autogol…vedremo.

Intanto, la Corea del Sud mette in atto la “linea dura” nei confronti di questa criptovaluta al fine di porre fine all’anonimato degli scambi: le autorità di Seul hanno infatti annunciato, nella mattinata del 23 gennaio scorso, che le banche locali avranno l’obbligo di vietare operazioni provenienti da conti anonimi per il trading in criptovalute per rendere tracciabili e trasparenti le transazioni e mettere un freno al riciclaggio, alle attività criminali, alla speculazione e all’evasione fiscale.
Pertanto, il vice Presidente della “Financial Services Commission” coreana, Kim Yong-beom ha spiegato che le misure, in vigore dal 30 gennaio, prevedono l’obbligo per le banche di identificare i possessori dei conti in criptovalute, insieme al divieto di trading per i residenti all’estero che non hanno conti correnti bancari in Corea e per i minori di 19 anni. Saranno altresì banditi tutti i conti esistenti utilizzati per le criptovalute.

Bitcoin, norme italiane

In attesa che si arrivi ad una definizione sulla natura delle criptovalute e che si stabilisca una regolamentazione da parte delle Banche centrali e delle Autorità di vigilanza, l’Europa si è mossa per adeguare le misure antiriciclaggio alla nuova realtà.
L’Italia ha dato il via, recependo le regole Ue, inserendo gli operatori in criptovalute tra quelli che sono i destinatari delle disposizioni antiriciclaggio.

L’Unione europea ha annunciato di avere allo studio un progetto di regolamentazione del settore fintech, comprese le criptovalute: il tema sarà sul tavolo del prossimo G20 previsto per marzo.

Giovanni Bossi, Amministratore Delegato di Banca IFIS S.p.A. – Banca che si occupa di credito commerciale, credito finanziario di difficile esigibilità, credito fiscale e raccolta presso il mercato retail – sostiene che «Dobbiamo avere sistemi che ci assicurino che le criptovalute non possano essere usate per attività illecite. Ed è facile che questo accada. Le norme Ue sono molto chiare e impongono agli operatori di identificare le controparti e l’utilizzo delle criptovalute non può aggirare queste normative».
Vi è poi un secondo aspetto che preoccupa, aggiunge Bossi: «Le criptovalute sono trattate come una forma di investimento, questo ne spiega l’estrema volatilità. Personalmente, mi lascia perplesso ogni forma di investimento in un asset che non generi flussi di cassa. Inoltre se la criptovaluta è un investimento, allora devono valere le regole fiscali che si applicano agli investimenti in valuta tradizionale e a maggior ragione non ci può essere anonimato».

Si evince, pertanto, che le criptovalute troveranno stabilità nel momento in cui saranno inserite in un ambiente trasparente e regolato. In tale contesto, le criptovalute avranno ancora senso? Presumibilmente sì, ma non saranno più soggette ad oscillazioni come nel corso di questi mesi causando poca tutela per i risparmiatori.

Bitcoin accerchiato dalle Autorità di vigilanza

Oggi la favola delle criptovalute che scorrazzano senza regole in internet tra picchi a tre zeri e crolli verticali sta per concludersi.
La lunga lista delle Autorità di regolamentazione intente ad accerchiare le anarchiche protagoniste della blockchain (lista in continua crescita di blocks, che sono collegati tra loro e resi sicuri mediante l’uso della crittografia) si è completata.